In cammino
Le giornate non finiscono,
le accompagno a casa
attraverso vie che non conosco.
Le porto insieme a me
ma non mi fanno compagnia…
no… proprio no…
Seguo un’ombra,
vita…
morte…
ora mi sembra di sapere tutto…
so come fa questa mano a muoversi,
so della sedia su cui sto seduto…
Leggenda personale
Ho sempre pensato che a trent’anni avrei avuto le idee chiare e i sogni almeno in parte realizzati.
Credevo di sapere cosa volessi, di cosa avessi bisogno.
Per un po’ ci sono stato vicino, per un po’ ho sfiorato con la mano tutto quello che, dentro me, sapevo essere vestito da un’illusione.
C’è chi vive la sua leggenda personale e chi si trascina per paura d’affrontarla…o almeno così credo.
Ho sempre creduto che nella vita di ognuno ci siano dei segnali, che capitino degli eventi che servano ad indirizzarti verso il tuo destino che, che ti piaccia o meno, è tuo e devi sapertelo gestire…per quanto bastardo esso possa apparire.
Li ho sempre notati questi segnali, non sempre seguiti a dire il vero ma visti sì, percepiti con certezza. Ad essere sincero, quando volutamente me ne sono fregato, dentro me, sfidando forse con un po’ di presunzione il Grande Libro, sapevo che si trattava solo di una questione di tempo, che i segnali, proprio per la loro intrinseca natura, si sarebbero riproposti, magari sotto un’altra forma e in un tempo diverso…ma mi avrebbero guidato ancora. Questione di fede. Nella vita.
Per questo sono sempre stato persuaso del fatto che per ogni cosa ci sia un suo prestabilito tempo, un perché cosmico più che cronologico.
Ho sempre voluto un bonsai…niente di più normale o banale…c’è chi ha serre intere o distese infinite di campi quindi un minuscolo alberello che apparentemente non ti ripaga neanche con l’ombra che può offrirti non appare come un desiderio o un impegno di chissà quale entità…
Ma prima lo guardavo, da dov’ero sdraiato lo vedevo bene, potevo osservarlo e potevo vedere il nostro mondo dal suo punto di vista.
Mi sono tornate in mente quante volte in passato ne avrei voluto uno da accudire e poi, come al solito, per un sacco di motivi (scuse?) non l’ho preso. Non ero mai in casa… non mi intendo affatto di giardinaggio… ho avuto poche piante in vita mia e non sono durate mai molto…compresi dei piccoli cactus che necessitavano solo di pochissima acqua sporadicamente.
Invece il piccoletto va curato, potato se no diventa un baobab per puffi, ha il suo fertilizzante (un flacone più alto di lui che durerà più di me e del bonsai…), le sue docce con lo spruzzino nella vasca da bagno e, come fa ora, il suo bagno di sole primaverile sul balcone.
Io sdraiato a leggere un libro e il tappetto a crogiolarsi al sole sgranchendosi i rametti dopo la doccia…bella coppia!
Perché ora? Perché dopo tanti anni l’ho portato a casa ora? Per la compagnia potevo pensare ad un gatto (che potrebbe star da solo durante la mia permanenza al lavoro), per la bellezza di certe piante avrei potuto scegliere chissà quante specie dai fiori bellissimi…e invece quel nanetto che come mi giro un attimo tira fuori un ramoscello più lungo di lui…
Io lo guardavo così, alla sua altezza, piccolo, nel suo vasetto pseudo cinese di scarsa ceramica e mi è sembrato l’essere più felice su questa terra. Mi sembrava quasi di vederlo mentre stiracchiava i suoi rami sorridendo al sole e all’aria asciugandosi nella brezza di questo pomeriggio di primavera.
Ho sentito la sua felicità, il suo stare bene, il suo essere completo, ricco.
Ora ha tutto quello di cui ha bisogno: acqua per le radici, rugiada sulle verdi foglioline, aria che lo spettina e lo rende ancora più sbarazzino dopo la potatura e sole che gli scalda il cuore.
Sembra un cartone animato…
Dunque perché è ora con me?
Forse non mi sono mai sentito così solo? O così incompleto? Forse prima d’ora non mi sentivo pronto a prendermi cura di nessuno…neanche di una pianta.
Ho sempre supposto il contrario ma i fatti parlano…eccome se parlano…e forse i fatti, se impari a leggerli tra le righe, diventano segnali e ti insegnano qualcosa. Magari qualcosa che subito neanche capisci ma con il tempo…
Il mio coinquilino, il bonsai, con il suo continuo germogliare e chiedere acqua (è una spugna!!!), con il suo simpatico crogiolarsi al sole, mi obbliga a seguirlo, con discrezione, senza urla, ordini, arroganza o ricatti o minacce. Lui sta lì, nel suo vasetto e ti sfida, è un bastardo dentro il tappo, lui sta lì buono, senza arrecar disturbo e dice: “Senti amico, non ti porto in casa una suocera rompipalle, non sporco, non alzo troppo il volume della musica (?),
non invito a cena gente strana (???): se mi dai un goccino d’acqua dalla bottiglia che hai comprato apposta per me, qualche raggio di sole quando splende e una spuntatina ai rami che, anche se un po’ dolorosa, so che mi fa bene, ti donerò un sorriso di soddisfazione, forse solo uno…ma ogni giorno…
Mentre riflettevo su questo, con il libro aperto davanti, un accavallamento di pensieri come solo i libri sanno provocare, si è fatto largo nella mia cabeza e il pensiero è volato a chi questo libro mi ha prestato.
Mi fa molta tenerezza, è una persona derisa dai più, circondata da chi non ha idea dei tesori che sta trovando e che gli auguro di continuare a trovare. Ha trovato il coraggio, un coraggio immenso, per essere se stesso, una leggenda personale che sboccia e cammina fiera dei suoi tesori.
Hai avuto il fegato di seguire la tua strada…e non in una banalità come tanti potrebbero credere, perché si fa in fretta a cambiare un lavoro, una città, amici, un marito o una moglie…ma rimettere in gioco una vita con il mondo che ci sta attorno non è da tutti. Non lo è affatto.
E io vorrei avere un po’ delle tue idee chiare e del tuo coraggio.
Quelle che ho sempre creduto di avere.
Ma per fare ordine in un armadio o per ristrutturare una casa bisogna buttare tutto per aria giusto?
Quindi forse questo vaso di Pandora che si è scoperchiato solo ora non è poi tutto questo gran casino, cioè sì lo è ma ha un perché, ha uno scopo.
Forse la labirintite che sto affrontando ora è la conseguenza di una vita di supposte certezze, di castelli di carta che sapevo essere barcollanti.
Più incasinato di così nella testa non potrei essere. I miei punti fermi, o quelli che credevo lo fossero, sono finiti giù per lo scarico e sono stato ben lieto di tirare la catena…non perché li abbia abbandonati, tutt’altro, ma perché forse dobbiamo rincontrarci alla fine del viaggio. Forse un viaggio che parte dal cesso non è molto romantico…ma per il romanticismo c’è sempre tempo.
Ogni sogno, punto fermo, ideale o principio ha bisogno prima di un viaggio per potersi esprimere al meglio, deve “maturare”, deve aspettare il suo tempo, come il mio bonsai, come i miei sogni.
Io non so più bene quali siano, non tutti almeno e non so affatto se a questo punto della centrifuga cerebrale qualcuno riuscirò a materializzarlo…non perché non ho la forza sufficiente (perché so di avere due palle come due carri armati…), ma perché dopo la caduta del castello di carte non so più bene cosa stia cercando e di cosa io abbia bisogno.
Per questo bisogna diventare bravi ad interpretare i segnali.
A volte le parole, anche se pronunciate dai più saggi, non bastano perché siamo Noi, un Io individuale con tutte le sue insicurezze, certezze, paure e forze e nessuno, tranne noi, sa come siamo arrivati fin qui, nessuno conosce il percorso che abbiamo affrontato fino ad ora.
Il tempo è importante, bisogna saperlo gestire, non sprecandolo, aspettandolo e spronandolo, guidandolo a correre da noi.
Bisogna che la Pietra Filosofale non resti solo un miraggio.
Ora torno dai miei pensieri, dal mio libro aperto e dal mio bonsai che, visto il rinfrescarsi dell’aria, deve rincasare. Ora torno alle mie mille domande, torno alla ricerca della strada che mi porterà a conoscermi.
Ad essere finalmente un uomo.
Dove sei?
Ce la sto mettendo tutta, non se per il lungo weekend che arriva o per le continue occasioni che ho per ricordare NOI... ma oggi urlo il bisogno di te più che mai.
E lo grido così forte nella speranza che tu lo possa sentire...sperando che la tua corazza si possa frantumare e tu possa sentire un po' del mio male...solo un po'...
Mi basterebbe
Libertà di dire…
E mentre stavo la, seduto su quella sedia che come me fissava il tutto, ti ho vista arrivare, gentile al mio richiamo, dall’altro capo del mondo. Da un piccolo paese ad un altro piccolo paese con un cuore enorme dove, volendolo, si può ritrovare se stessi… e tu sei qui ora e porgi la tua mano verso la mia che trema un po’, per l’emozione, per l’età, non so…
Ti accomodi con la grazia che tante volte la testa ha fatto girare agl’uomini, me compreso e la poltrona in vimini intrecciati cigola nella brezza.
Dunque tu ora sei qua e io posso iniziare il racconto che tu attendi e che io spero ti lasci qualcosa.
La foto tra le mani, noi due seduti su queste seggiole in questo stesso posto e nella stessa identica posizione, con tanti anni di vita in meno sulle spalle…
Compromessi
Sempre più spesso, col passare degli anni, una domanda ha fatto capolino. Avete presente quelle situazioni in cui sapete bene che non dovreste perdere la pazienza ( anche se è già partita per chissà dove…), quelle situazioni in cui la politica o la diplomazia, chiamatela come vi pare, dovrebbe farla da padrona? Quando bisognerebbe essere accondiscendenti, mettersi nei panni degli altri, mettersi SEMPRE nei panni di qualcun altro? Tolleranza, sì, tolleranza dovrebbe essere la parolina magica che dovrebbe placare i neuroni in rivolta in quel monolocale sito tra le orecchie…
Ma tolleranza è appunto una parolina magica e in quanto tale ha facoltà di rendersi invisibile, almeno agl’occhi della razionalità e di far venire meno la sua presenza, il suo peso, quando se ne richiede la necessità.
Mi tornano in mente decine d’eventi durante i quali il suo campanellino ha fatto accendere il rosso allo stop delle mie nevrosi.
Un uomo molto saggio che ho avuto la fortuna di conoscere, intelligente e colto, un analista freudiano, non si è mai stancato di farmi riflettere su quante volte la nostra soglia della tolleranza è varcata per circostanze che noi stessi creiamo o che in ogni caso contribuiamo ad alimentare.
In principio fu difficile da accettare…Ma chi? Io? Sono loro i cattivi… Io sono quello incompreso… Nessuno mi capisce… Poi un giorno così, apparentemente normale, ti chiedi se forse non ha ragione lui, se forse guardando l’accaduto da un altro punto di vista, da dietro al muro, le cose appaiono diversamente…
E allora non ci sono più “loro”, sempre e solo “loro” ma inizi a vedere (scoprire?) che spesso ci sei “tu”.
Fa male, molto, è un casino emozionale che ti sconvolge la vita, ti fa sentire fragile, il muro che ti eri eretto intorno inizia a sgretolarsi e a far passare gli spifferi gelidi dei dolori passati.
Non saprò mai spiegarlo come farebbe lui…ma mi accontento di aver cominciato a capire.
Iniziare credo sia la cosa più difficile. Ancora più che perseverare.
Poi ognuno pensi quel che vuole.
Però… C’è un però…
Domanda da un milione di dollari…anzi di euro: ma considerato il fatto che non tutti, anzi quasi nessuno, intendono intraprendere un viaggio di questo tipo, vuoi perché non si è pronti, vuoi perché non si sa quanto ci si possa migliorare, vuoi per un’infinità di scuse più o meno claudicanti, perché un cristiano dovrebbe martoriarsi fegato e maroni sprecando fiato con chi è chiuso più di una banca di domenica?
Certo, il saputello di turno alzando di scatto la mano per rispondere sentenzierà che uno, questa crescita, quest’innalzamento spirituale, lo fa per se stesso, per essere in grado di avvicinarsi sempre più verso l’amore universale (che non centra un cazzo con la religione o argomenti simili…)…
Ok, bravo…eccoti lo zuccherino. Ora posa quel tuo fottuto deretano saccente sulla sedia e stai a cuccia.
Grazie per avermi rivelato ciò che già sapevo…
(tolleranza… campanellino… semaforo rosso…)
Ma in ogni caso ti ringrazio. Almeno significa che ascoltavi.
Tante volte mi sono chiesto perché dovessi fare buon viso a cattivo gioco, perché dovessi porgere l’altra guancia… Il gioco finisce presto e di guance ne ho solo due…quindi…
Il dilemma, anche se non shackespeariano, è se essere sempre onesti con se stessi e con gli altri anche quando dall’altra parte non si è pronti o maturi per essere altrettanto.
Mi sono ritrovato ad essere solo (ma non sentendomi tale…) perché non mi sono venduto, arruffianato, perché io il culo non lecco a nessuno, perché non mi spacciavo amico di quelli più temuti e anzi li ho sempre sfidati a viso aperto, faccia a faccia, con la paura di prenderle ma con il coraggio di darne.
Sono sempre stato il punto di riferimento di quelli che hanno sempre interpretato il ruolo del bulletto, del “minchia sono troppo figo” e poi con la voce bassa e la coda tra le gambe vengono a chiedere aiuto e si sentono mortificati e merdificati dai loro limiti.
Un’altra parolina magica è umiltà…
E qui si aprirebbe un universo parallelo da cui non se ne uscirebbe più. Meglio chiudere la porta per ora.
Solo una cosa, tanto il blog è mio e lo gestisco come mi pare…
Da quando do più spazio e voce alla mia umiltà sto crescendo. E crescendo conosco meglio me stesso e un po’ chi mi sta intorno. I miei limiti e i loro. I miei errori e i loro. Le mie nevrosi e quelle degli altri.
Continuare così? Sfidare i mulini a vento o adeguarsi alla massa? Le vite di coloro a cui faccio riferimento danno ragione ai loro comportamenti ma io non ce la faccio ad essere così superficiale, finto, adeguato, costretto e circoscritto.
Dove va così l’individualità di ognuno? La bellezza? La nostra ricchezza?
Targhiamoci, tatuiamoci un bel codice a barre sulla fronte e diventiamo tutti un bel prodotto fatto in serie, industrializzato e uniformato. Innocuo… sì, perché se nessuno fa entrare aria dalla porta della testolina, la polvere ivi depositata lì rimane e nessun turbinio scuote. Tutto va bene e tutto è bello e quando qualcosa ci fa star male o ce le fa girare troveremo qualcuno a cui dare una colpa…
Ma siiii…qualcuno si trova sempre…
Vorrai mica che in prima persona affermi che non sono capace o che non capisco o che non ho voglia o che non vedo il perché dovrei essere io, IO, a fare il primo passo…
Non sia mai!
La sera quando vado a nanna, nel mio lettino, quando ritorno inesorabilmente e inevitabilmente tra le grinfie dei mie pensieri, provo a volte sofferenza per come vivo certi rapporti umani.
A volte vorrei di più…ma se fosse così semplice ora non sarei qui a dire che non ci sto.
Ognuno può essere quello che vuole quindi a voi la scelta.
Siete “Voi” o un numero seriale confezionato come piace a qualcuno? Tanto è questo l’importante vero? Piacere agl’altri… Per noi stessi poi si vedrà e la sera, nel lettino, per non vedere qualcuno nello specchio che non ci piace…basterà spegnere la luce.
Buonanotte allora…
Ciao Tommy…
Che bello un blog! Un posto tutto tuo dove potersi esprimere, raccontare, aprire, sfogare. Un giardino segreto senza la finestra di fronte.
Oggi è il primo anniversario della scomparsa di uno dei più grandi uomini della storia, il papa uomo, Carol, ed è purtroppo anche la data del ritrovamento del piccolo Tommaso.
Che bello un blog…
Ma cosa te ne fai, quando una televisione porta in casa il coltello che taglia il discorso dalle parole e rimane solo un sospiro sospeso per aria carico di lecite domande nere come una nuvola che la sua rabbia sulla terra sta per scaricare?
A cosa ti serve un blog? Un bel blog?
Oggi non gira, la vita è in stand-by, certi ricordi mordono come pitbull incazzati a morte, sì, ci provo a saltare, a sentire il ritmo che a calci sta tentando di mandarmi avanti…ma è dura…
Davvero dura…
Poi mi fermo un attimo, mi ricordo che per qualcuno è davvero dura, molto più che per me…qualcuno ha perso Tommy.
Inutile dire quanto io pensi ancora a Lei, non la lascio sola un attimo.
So che non dovrei ma so anche che due terzi di vita non si cancellano in pochi mesi…perché lei è viva in me, nonostante tutto.
Nonostante tutto.
Un libro di Kundera spiega la differenza tra la piccola immortalità e la grande immortalità e delle domande si affacciano dal balcone della mia mente: di quale immortalità vivrò? E potrò cambiarla? O sono già destinato a “subirne” una?
Me lo chiedo sussurrandolo nel vento, sfidando la sua brezza con una candela accesa stretta nella mano, portata in alto sopra agl’uomini per poterli vedere tutti e per consentire loro di vedere la candela, per vederli attraverso la fioca luce tutti uguali e per scoprire nell’intrinseco chiarore, chi, tra le rughe della vita, ha qualcosa da nascondere.
Tommy, tu non puoi sentirla forse, ma mi accompagna una dolce canzone di Eric Clapton…lo so piccolo che non sai neanche chi esso sia e non ti potrebbe interessare di meno…e chi può darti torto…tu dovresti solo giocare e ridere e scoprire la vita che ti hanno tolto…ma mi piacerebbe che tu la sentissi…occhi blu…vorrei che tu la sentissi…
Chissà come sarebbe stata la vita insieme a lei, ci penso spesso, io e te… ma sì…
Forse sarebbe andata lo stesso così o forse no ma mi torna in mente tutto di te…
Devo rinchiuderti nella casa del sole, giù in fondo al canyon ma poi il vento riprende a soffiare e rimette a dura prova la fiammella della candela…
Gli ingranaggi cigolano…
Un po’ d’olio e passerà tutto…
Sento l’assalto d’immagini che da lei vogliono riportarmi…
Crionizzerò il mio neurone, quel coriandolo che vaga per la cabeza e chiudo pensieri e blog, questo bel blog, con dei saluti:
Ciao Carol…
Ciao Tommaso…
Ciao Amore…
h01:20 02/04/06





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