Pensiero (r)inco-erente
La vita è cannibale di se stessa, ebbene sì, cliente e fornitore, preda e cacciatore. La vita è vitofaga.
Ti da emozioni, sogni, speranze, rancori, gioie, di ogni leccornia un po’…e con la stessa semplicità si ripiglia (ti strappa…) tutto…e ritieniti fortunata bambina se gli interessi se li è giocati ai dadi con qualcun altro…
E’ una vitofaga drogata di cinismo la bastarda, una peromane con la spada ancora ciondolante dal braccio che t’offre un tiro di roba, buona ovviamente, un calcio tra i ciglioni gratuito che spezza il respiro…
Eppure siamo qua bambina, prostrati innanzi a nostra signora, suora puttana che da sempre vive di vite cibandosi, affascinatamente irresistibile, dolce come un bacio del mattino, crudele come un fiore spezzato, forte come un amore urlato…
Bambina…
Vedi come va? E’ tutto un casino…
Ti penso, mi pensi, ti amo, ti odio e tu idem…
Dove andremo?
Non ne ho la più pallida idea parlando del mondo ma inevitabilmente finiremo, se vorremo e se avremo abbastanza coraggio (follia?) tra le braccia della vitofaga , questa maledetta, meravigliosa vita…
Pensiero (r)inco-erente
16/02/06
Stretto in cappotto che mi stringe
mentre io stringo noi,
non m’importa cosa accadrà
e quanti ancora mi chiederanno…
Sei vita viva in me,
davanti ad una fotografia
e intanto sono ancora lì vicino a te…
Potrei stare ore ed ore
a guardare l’angolo delle tue labbra
mentre immobile dormi su di me…
Niente, niente al mondo
vale quanto un secondo
passato con te vicina
che mi fai perdere…
Vorrei che tu fossi mia complice,
che mi accettassi,
che io avessi la forza di accettarti
e intanto amo…amo…
Guardami,
ora so piangere,
so sentire il respiro del vento,
non siamo niente di sbagliato,
solo tramonti che incendiano
emisferi opposti…
Così non resisto più,
non mi passi accanto
e mi spengo
mentre spengo la tv…
Resto chiuso qua…
L’ennesimo mio limite…
Sparami al cuore amore,
spaccamelo,
solo tu puoi non farlo soffrire…
E l’ho imparato
anche se non leggo Freud…
Mira bene, senza pensarci,
senza aspettare,
mani in alto e bandiera bianca…
Sono qui…
Non passa un minuto
in cui non ti pensi,
in cui non ricordi
quanto ho corso
per arrivare più in fretta da te,
quanti momenti pieni di sole
mentre facevamo l’amore…
Sembrava perfetto
e ora so che non lo era…
C’era troppo sale in quelle lacrime…
E mi attacco con tutte le forze
alla notte passata in macchina,
in riva ad un fiume,
aspettando l’alba e Noi…
Ed è già tutto passato…
H01:28
Ad un certo punto...
Ad un certo punto il locale si è svuotato, riempiendosi di un surreale silenzio. Eppure sembravano ancora tutti lì, al proprio posto, immortalati nell’attimo in cui lui la fissò negl’occhi, protagonisti inconsapevoli di una fotografia, nitida e netta come appena scattata.
Fu però il silenzio a colpirlo, gli ricordò quello strano torpore sonoro che si percepisce solo dopo un’abbondante nevicata, quando tutto è più lento, più armonioso senza fastidiosi limiti, ma con contorni sempre più visibili. C’era un silenzio quasi tangibile, palpabile, concreto quanto la mano di lei che teneramente lo sfiorava.
Quando nella sua mente cominciarono ad essere proiettati i flashback della loro vita insieme – e ne furono mandati in onda parecchi, visto che la loro esistenza era stata condivisa per due terzi dei loro giovani ventotto anni- ebbe come un balzo interiore. Si rese conto che la bimba, ormai donna, che divideva il pranzo insieme a lui, in uno di quei locali tanto impersonali quanto caldi ed accoglienti nel centro di Milano, era sempre lei. Proprio lei, la stessa con cui era cresciuto, con cui aveva giocato e scherzato, ballato e cantato,
La stessa con la quale aveva parlato di amori nati e sfumati nell’incomprensione della giovinezza o nella sua intrinseca insoddisfazione, la stessa che, col tempo, scatenava in lui la più profonda delle gelosie ogni qual volta un nuovo intruso si frapponeva tra loro con la presunzione di poterla amare di più e meglio di lui: del suo sicuro, fidato e innocuo migliore amico.
Era tutto chiaro già da molto tempo per lui riguardo a ciò che provava per lei, ma in quell’istante come un lampo tutto fu concreto ed evidente, così reale da far venire i brividi. Così bello da non crederci. Sì anche perché crederci voleva dire sperare, sperare in un legame ancora più saldo, più maturo. Questa volta non l’avrebbe lasciata andare via, non avrebbe spinto il pedale. Non dovevano perdersi. Anche quel pezzo di pizza, tra le sue labbra, diventava di troppo. Si bastavano loro due. Si piacevano, da sempre, ma ammetterlo voleva dire perdersi, perdere quell’innocenza che solo l’amicizia ti dà, che solo un alibi ti permette di vivere senza complicazioni. Però ora avevano giocato con il fuoco, il fuoco della passione.
Su quel letto tre anni prima di allora si erano abbracciati. Solo abbracciati, ma in modo così intimo e caldo da non lasciarsi più. Con la testa almeno. Altri corpi avevano scaldato i loro letti, ma solo come ospiti, gentili e leggeri, al punto da non lasciar traccia né in casa, né fuori casa, né nel cuore. Invece lei aveva impregnato l’anima di lui in modo indissolubile. Lui era entrato nei sogni di lei, li aveva modellati a tal punto che nemmeno la razionalità riuscì a vincere la battaglia. Vaniglia e carezze. Attenzioni e quadri, sorrisi e polpette al pomodoro. Scherzi a pelle, scherzi sulla pelle. Troppo vicini per non eccitarsi, troppo lontani per non cercarsi. Sotto la doccia. Vestiti. Dopo tre anni non proprio.
Tutto è come prima, anzi meglio, molto meglio.
Ed ora in quel locale tutto parla di loro. Un silenzio d’amore si forma attorno a loro, per proteggerli, per non disturbarli.






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